Paola Abbate (vocalist)
Max Brizio (pianoforte)
Paolo Musarò (batteria)
Marco Piccirillo (contrabbasso)
Sarebbe bello potere raccontare che AMRIT quartet si formò grazie alla iniziativa tenace e coriacea di qualche musicista, magari illustre o famoso… Oppure che nacque su iniziativa di qualche autore o compositore insigne, esigente e con idee musicali molto eccentriche… Oppure ancora che attraversò vicissitudini romanzesche e dovette superare mille difficoltà per trovarsi, per formarsi, per suonare. Ci sarebbe materiale abbondante per l’aneddotica di addetti e non addetti ai lavori, e, nella remota ipotesi che qualcuno di noi diventasse celebre, per i biografi. Invece, non fu così.
Amrit quartet nacque per caso, come un trovatello, una serata nebbiosa del Dicembre 2006, in una di quelle occasioni che i musicisti ben conoscono e che per ipocrisia spesso negano, proprio come i trovatelli spesso nascondono le proprie umili origini. L’eccitazione per il concerto, la tensione per l’unica prova effettuata, ma anche la libertà da schemi, strutture e sovrastrutture, la curiosità del conoscersi e scoprirsi e forse ancora il candido manto del Natale in arrivo fece la magia, e ne risultò un concerto incantato. Giocò il suo ruolo anche il condiviso interesse della vocalist Paola ABBATE e del pianista Max BRIZIO per la cultura indiana, da cui il nome anche troppo pretenzioso (=luce della Conoscenza…Ma ci piaceva!).
Per volontà unanime decidemmo di trasformare quella esperienza in un progetto ben strutturato. Il materiale scelto appartiene senza dubbio alla più consolidata tradizione jazzistica, ma abbiamo deciso di dare spazio (e voce) ad autori o brani meno noti o meno eseguiti. I brani più famosi sono “mascherati” con arrangiamenti originali del pianista e compositore Max BRIZIO, a volte collegati tra loro con piccoli bridge (But not for me-It might as well Be spring), oppure scomposti in microsezioni (fantasia gershwiniana dedicata al ritmo: Fascinatine rhythm/I got ryhthm), oppure ancora caratterizzati da preludi/interludi (Desafinado-Imagination). Altri sono stravolti nella concezione e nel ritmo (Route 66),o nella struttura (The more I see you).
Eppure l’intenzione di AMRIT non è la sintesi, ma l’analisi. Non Vi proponiamo “contaminazioni”, così di moda oggi, non tentiamo di rendere jazzistico ciò che jazzistico non è, ma ci piacerebbe riuscire a rendere più ampiamente musicale ciò che invece è nato dalla penna di autori tipicamente jazz utilizzando una grammatica ed una sintassi meno usuale di quella tradizionale: se volete, una contaminazione al contrario.
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