OSPITI

Lee Konitz e Franco D'andrea

Furio Di Castri - Roberto Gatto

Nato a Chicago nel 1927, Lee Konitz è uno dei più grandi jazzisti viventi; messosi in luce fin dalla fine degli anni ‘40 nella schiera degli allievi di Lenny Tristano si è poi affermato come uno dei solisti più originali del dopoguerra, uno dei pochi a suggerire un’alternativa a Charlie Parker, modello dominante in quegli anni. E’ l’unico (oltre al bassista Peter Ind) che abbia anche suonato con musicisti estranei alla cerchia cool. Le lunghe, taglienti, sinuose frasi del suo sax alto si incrociano con quelle del tenorista Warne Marsh nelle storiche incisioni Capitol di Tristano, delineando un contrappunto classicamente ordinato, agli antipodi dell’immediatezza espressiva tipica del bop nero. I critici hanno indicato in Konitz l’unica alternativa a Parker, ma finendo per denigrarlo ingiustamente con assurdi paragoni in fatto di espressività. In realtà, Konitz ama ripetere di fare “solo musica” in senso artigianale. I primi assoli di Konitz disegnano diagrammi come un sismografo, e oscillano senza alcun riferimento ad andamenti di tensione e distensione: il timbro è puro e netto, il movimento sinuoso. Un album del 1949 “Subconscious Lee”, mostra tutte le tipiche caratteristiche della scuola Tristano.

Entrato nell’orchestra di Claude Tornhill, che eseguiva gli arrangiamenti scritti da Gil Evans, Konitz viene chiamato da Davis per il suo classico nonetto. Miles e Konitz in quel periodo si trovano a condividere gli stessi orizzonti espressivi. Quindi nel ‘52 Konitz entra nell’orchestra di Stan Kenton; una scelta singolare per un musicista così introverso. Con Kenton, Konitz perdette molto dell’eterea leggerezza del timbro, guadagnando in robustezza d’attacco. La sua collaborazione dell’anno dopo con il baritonista Gerry Mulligan, dimostra quanto Konitz si fosse trasformato. Nelle registrazioni dal vivo del ‘55 con Lennie Tristano si ascolta un Konitz positivo e robusto, mentre la quiete domina invece l’album che ricongiunge Konitz e Warne Marsh. Il nitido dialogo tra i due, stimolati da Oscar Pettiford e Kenny Clarke, dà vita a un unico lungo flusso melodico. Tra le cose migliori del Konitz anni ’50: “The Real Konitz”, “Very Cool” e “Hi-Fi”, che svela un inatteso, ruggente Konitz tenorista. Nel 1961, l’altoista sorprese tutti incidendo in trio con Elvin Jones, batterista ben più libero e aggressivo, di quanti avevano militato con Tristano.

Gli orizzonti di Konitz si allargano fino a toccare anche i territori dell’avanguardia odierna.
Nei dischi a suo nome, Konitz si è cimentato con le più diverse situazioni, dal duo sax/contrabbasso alla spettacolare serie dei duetti con diversi musicisti “The Lee Konitz Duets”, fino all’album solo “Lone-Lee”.

Numerose sono anche le incisioni di rilievo con gruppi più convenzionali (Spiritos, Satori, Oleo), in cui Konitz ha usato sempre più spesso il sax soprano.
Degli ultimi anni la collaborazione con Kenny Wheeler, Bill Frisell e Dave Holland, l’uscita di “Sound of Surprise” con John Abercrombie, Marc Johnson, Joey Baron e Ted Brown, “Ides of March” in duo con il pianista italiano Glauco Venier e “Some New Stuff” in trio con Greg Cohen e Joey Baron: collaborazioni che testimoniano ancora una volta l’inesauribile freschezza e disponibilità al rinnovamento del musicista americano.

Franco D’Andrea

è certamente uno dei pianisti italiani più apprezzati in Italia e all’estero. Il suo lavoro si contraddistingue per la sintesi che ha saputo operare racchiudendo nelle sue composizioni, tutta l’evoluzione storica del jazz, dal ragtime al free, tenendo anche sempre presente il rapporto vitale con i ritmi africani e la melodia europea. Nella sua carriera ha suonato con i migliori nomi italiani oltre che con i più prestigiosi musicisti americani ed europei: da Chet Baker a Gato Barbieri, da Steve Lacy a Pepper Adams, da Max Roach a Albert Mangelsdorff, da Dexter Gordon a Lee Konitz, appunto. Ha fatto parte del più prestigioso gruppo di jazz rock italiano degli anni ’70, il Perigeo, al fianco di Claudio Fasoli, Bruno Biriaco, Giovanni Tomaso e Tony Sydney: una band leggendaria che si affiancava ai Weather Report mantenendo una spiccata personalità e un’intensa creatività, caratteristiche che si ritrovano nello stile di D’Andrea. Straordinario didatta e prolifico autore, completa l’alto profilo di musicista grazie alla sopraffina tecnica sullo strumento, mezzo incomprabile con cui traduce il suo intenso lirismo.

ROberto Gatto