GLI OSPITI

I colori del Jazz - a cura di Roberto Andreoli

La storia è ricca di esempi in cui la pittura viene affiancata alla musica: basti pensare all’evoluzione del teatro lirico che nel corso dei secoli ha sempre visto, unitamente ad altri canali artistici come la letteratura e la danza, l’immagine pittorica tendente a rappresentare quella che noi definiamo “Musica di scena”. Per lo più i pittori, gli scenografi si sono sempre sforzati di creare luoghi e situazioni che il testo, ma anche la musica, metteva in evidenza, conferendo spesso ai loro lavori, attraverso le peculiarità della pittura, quel carattere non espressamente citato nel testo ma sottinteso nel linguaggio musicale, ricercandone cioè la cifra interpretativa.
La considerazione lecita che oggi possiamo fare è che la pittura, però, in questo tipo di situazione, ha sempre rappresentato sì un valido aiuto ma non ha mai potuto riscattare quell’indipendenza che si troverà soltanto nell’arte contemporanea dove l’opera pittorica diventa una creazione, magari originata da una musica, che viaggia parallelamente alla fonte ispiratrice, ma che assume un suo ruolo indipendente, una sua dignità che arricchisce la musica stessa e viceversa ma di cui non è strettamente dipendente e funzionale ad essa.
In sintesi credo che vi siano, pittoricamente parlando, due modi di rappresentare la musica:
uno attraverso la descrizione oggettiva di elementi insiti nella musica stessa, due: attraverso un’interpretazione slegata dalla musica (pur partendo da essa) che rende l’opera pittorica indipendente anche se congiunta all’idea musicale.
Riferendomi alle opere esposte, credo sia indispensabile rapportarle al secondo esempio citato in quanto tutte partono, in qualche modo, da un riferimento musicale (un personaggio, un gruppo, una forma etc…) ma ciò rappresenta solo il mezzo per raccontare degli aspetti emotivi subordinati alla pittura stessa.
Altra considerazione di primaria importanza sta nel fatto che il rappresentare personaggi o strumenti musicali, non significa assolutamente portare all’attenzione elementi oggettivi, ma significa evocare stati emotivi legati alle musiche che i personaggi e gli strumenti hanno prodotto (personalmente non mi interessa ritrarre il volto di Chet Baker per raccontare le sue fattezze, ma esso può diventare il mezzo che può aiutarmi ad evocare la poetica della sua musica!).
Spostando l’attenzione sugli elementi strutturali di queste due arti, possiamo considerare delle profonde analogie.
Il dato comune ad entrambi, è senza dubbio la “comunicazione” che nella musica viene mediata attraverso il fattore “tempo”, mentre nella pittura è data dallo ”spazio”; l’opera artistica rappresenta il prodotto ideale della organizzazione di tali elementi.
Esistono, a mio parere, procedimenti paralleli subordinati alla creazione:
nel momento in cui il musicista idealizza la linea melodica e l’armonia, il pittore traccia il disegno, ossia: attraverso una rete di segni scandisce la struttura spaziale allo stesso modo in cui la melodia definisce un’organizzazione temporale dei suoni. Nella fattispecie della melodia jazzistica, uno degli elementi dominanti è senz’altro la forte libertà interpretativa (al contrario della musica cosiddetta “seria” che non prevede vistose varianti sul tema) e, a questo proposito, ho cercato di connotare la struttura grafica dei dipinti esposti, con una spiccata gestualità, un tratto libero che possa rappresentare questo concetto.
Tornando alle analogie, vi è il momento in cui il musicista stabilisce il “suono” della linea melodica, cioè definisce gli elementi timbrici della sua musica (gli strumenti protagonisti, gli effetti sonori, la voce che genera l’atmosfera del brano), parallelamente il pittore riveste la struttura grafica con i toni dei colori, inizia a dare vita, con gli elementi cromatici, all’ossatura della sua opera.
Interpretare certe atmosfere del jazz, significa utilizzare diverse gamme di colori: in questo universo musicale, sono presenti emozioni e stati d’animo infiniti. Esiste un jazz cosiddetto “Caldo”, delle forme definite “Fredde” , in realtà nella vita del jazz convivono tantissime situazioni emotive, la storia della sua musica e dei suoi musicisti vanta momenti di grande euforia e gioia in netta contrapposizione ad altri di intenso dolore e tristezza.
Io credo che potrebbe definirsi riduttiva una mostra dedicata a questo tema, in cui emergesse esclusivamente un tono fondamentale ed è per questo che nei miei lavori ho cercato di dare una dimensione aperta all’uso del colore, supportato talvolta da tecniche miste, così come la musica jazz permette grande libertà interpretativa di mezzi strumentali.
Altro aspetto da considerare è la “dinamica” ovvero la forza sonora: una musica che miri a rappresentare le varie facce delle emozioni, non può essere esente dall’uso dinamico dei suoni, così come nella pittura l’intensità del tratto e l’uso di toni forti e deboli stabiliscono momenti di tensione contrapposti alla quiete. Nei miei dipinti ho cercato di ricreare stati emotivi utilizzando sovente questo espediente dinamico, ad esempio nell’uso di macchie e segni evidenti accostati a campiture dove la tensione è affidata al contrasto o alla fusione armonica di elementi.
Lascio per ultimo l’aspetto che ritengo essere il più importante: il ritmo. Per esso non intendo soltanto quelle pulsazioni che, ascoltando un brano, ci inducono a “battere il piede”, bensì mi riferisco a tutte quelle cellule caratterizzanti la metrica musicale che stabiliscono l’ordine e la vitalità della musica.
Nella pittura esiste (e questa non è senza dubbio una novità!) il fattore ritmico che è determinato da diverse componenti: la linea che può apparire continua, spezzata, il colore che viene ripartito sullo spazio cercando di creare un percorso ottico come pure i tratti che stabiliscono simmetrie o forme asimmetriche.
Il ritmo rappresenta il sangue che scorre nelle vene, il pulsare della vita nell’opera, può apparire con grande evidenza oppure essere discretamente sottinteso. E’ difficile poter analizzare a fondo l’elemento ritmico, se è ben curato l’opera appare fluida, gli ingredienti stabiliscono tra loro un perfetto rapporto armonico e si ha la sensazione di qualche cosa che respiri, che viva insieme a chi guarda (o a chi ascolta, nel caso della musica).
E’ mia convinzione che per apprezzare a fondo questo aspetto, occorra saper osservare l’opera nel suo insieme, lasciandosi trasportare dalla sua unità.
Spesso appaiono elementi primari che catalizzano l’attenzione dell’utente, questi rappresentano delle tappe sostanziali nel percorso ottico, gli ingredienti minori sono per lo più propedeutici ai primi ed insieme creano un circuito visibilmente piacevole. Il ritmo errato può fermare l’attenzione su di un punto, può interrompere il discorso causando la “non vita” dell’opera.
Nella musica jazz il ritmo è elemento preponderante, convivono strutture poliritmiche che esercitano una forte azione trascinatoria nell’ascoltatore. Ricreare questo ingrediente in pittura è impresa assai ardua: il ritmo ideale che può interpretare una musica, è il ritmo della musica stessa! E’ mia convinzione, sostenuta nel tempo, che non sia possibile, da parte del pittore, raccontare il jazz senza avere assimilato a fondo l’estetica di questa complessa musica cioè vivere quello “Swing” che caratterizza il movimento di questo genere; ecco allora che tutti gli elementi: dalla gestualità del segno al colore concorrono a rendere vibrante il dipinto, a far sì che l’illusione del movimento dinamico prenda il sopravvento.
In conclusione: parafrasando, si potrebbe paragonare l’opera musicale e pittorica ad una barzelletta:
in quest’ultima tutte le parole divengono un trampolino di lancio per la battuta finale che deve sortire con l’effetto pieno, anche solo una sillaba non mirata all’epilogo, rende inefficace o meno intensa la battuta; così l’opera artistica deve tenere conto dell’elemento primario comunicativo
che deve apparire nitidamente nel suo delicato rapporto con gli altri ingredienti che la completano.
Naturalmente ritengo essere riduttiva una lettura basata esclusivamente su dei parametri oggettivi, la sensibilità rappresenta più di ogni altra cosa il meccanismo idoneo a valutare: un prodotto valido determina inevitabilmente un’emozione, uno stato d’animo; è mia convinzione, comunque, che conoscere tecnicamente i mezzi espressivi possa essere un ottimo aiuto per avvicinarsi ulteriormente alla fruizione dell’opera, magari senza giungere a comprenderla integralmente, creando tuttavia un motivo in più per poter riflettere.

Roberto Andreoli